Dai mosaici gnostici di Aquileia verso una rinnovata spiritualità


E’ motivo di notevole interesse per chi si avvicini agli studi gnostici riscontrare dai dati storici che ad Aquileia (Ud), antica capitale dell’Impero romano, è esistita nel II e III secolo una comunità cristiana di origine alessandrina (egiziana dunque) con influssi giudaici, che parlava, come gran parte della cittadinanza, la koinè (dialetto greco comune a tutto il bacino del Mediterraneo), che celebrava i propri riti (cristiani, ma mescolati ad elementi precedenti, ad esempio il culto di Mitra) e che ha lasciato inequivocabili segni nei mosaici dell’Aula nord della Basilica. Questo intreccio culturalmente e spiritualmente molto ricco, tipico dei primi due secoli dopo Cristo, che ha contrassegnato il Cristianesimo delle origini, è noto come gnosticismo, termine derivato dalla parola gnosi, che in greco significa conoscenza. Si tratta di una conoscenza particolare, che investe l’uomo in tutti i suoi aspetti (fisici, vitali, psichici e spirituali) e gli consente di esplorare la realtà nella sua interezza.

La storia cristiana di Aquileia inizia con una leggenda: sarebbe approdato qui, nella Decima Regio augustea di Venetia et Histria, inviato da Pietro, Marco evangelista, proveniente da Alessandria d’Egitto, per predicare il Vangelo. I cristiani, perseguitati all’interno dell’Impero romano, si raccoglievano in assemblea e celebravano i loro riti (compresa la fractio panis o comunione) in clandestinità proprio nella parte più antica nella basilica, la cosiddetta Aula nord. Fino al 250, tuttavia, non ci sono documenti sulla Chiesa aquileiese. Al 283 risale il martirio del vescovo Ermagora (il primo dei vescovi aquileiesi) e questo indica che all’epoca esisteva già un’organizzazione ecclesiastica gerarchicamente costituita. Dopo la pace di Milano del 313, che sanciva la libertà di culto per tutti i cittadini dell’Impero, sorse la necessità di un ampio salone per la catechizzazione dei fedeli. Fu quindi edificata da Teodoro, nel quarto secolo, l’Aula sud (760 mq), l’attuale basilica, con il pavimento musivo più esteso di tutta l’Occidentale. Le varie scene, a partire dall’ingresso, rappresentano i temi ed i simboli fondamentali dei Testi cristiani classici (il buon Pastore, la pesca, l’uva, gli uccelli, la morte e resurrezione di Gesù attraverso la storia di Giona).

Dell’Aula nord rimane solo il pavimento, gran parte del quale è stata involontariamente distrutta nell’anno 1030 in seguito alla costruzione del campanile, voluta dal vescovo Popone. Il mosaico del pavimento è stato portato alla luce agli inizi del 1900 con ripetute successive campagne di scavo. Subito si capì che esso non aveva nulla in comune con quello dell’Aula di Teodoro, sia per ragioni tecnico-stilistiche, sia per il simbolismo, definito cripto-cristiano. Solo dopo la scoperta in Egitto, nel 1945, dei 53 testi gnostici in lingua copta di Nag Hammadi (regione di Tebe-Luxor) e la loro traduzione inglese negli anni ’70, si è intuita una possibilità di interpretazione delle figure e dei simboli contenuti nel mosaico. In particolare, essi richiamavano il contenuto di un’opera gnostica appartenente alla stessa regione, ritrovata molto tempo prima (fine del 1700) e tradotta e studiata nel corso degli ultimi due secoli in Inghilterra, Francia e Germania: la Pistis Sophia (Fede Sapienza).

Dobbiamo la prima traduzione italiana di questo testo allo studioso Luigi Moraldi, nel 1982. L’incontro tra l’autore e lo studioso aquileiese Renato Iacumin ha portato alla formulazione, da parte di quest’ultimo, di un’interessante teoria, secondo la quale le raffigurazioni musive del pavimento dell’Aula nord sarebbero la trascrizione in immagini del contenuto di alcune parti della Pistis e di altri testi gnostici. Secondo l’autore, esse descriverebbero il percorso dell’anima attraverso il Cosmo verso la Salvezza e la sua ascesa al Pleroma, termine gnostico per indicare la dimora di Dio e delle anime perfette. Si possono infatti rintracciare, trascritte simbolicamente, allegorie della lotta tra il bene ed il male, figure di segni zodiacali e di arconti (gerarchie cosmiche), il cui significato simbolico era fino ad oggi passato inosservato per la complessità interpretativa. Il mosaico più rappresentativo raffigura la lotta del gallo con la tartaruga, è mutuato dalla religione di Mitra (tale culto era molto diffuso nella nostra zona e lo stesso simbolo si trova anche a Ptuj, in Slovenia) e simboleggia la contrapposizione tra la luce (gallo) e le tenebre (tartaro, tartaruga).

Purtroppo la costruzione del campanile sopra gli antichi mosaici ne ha portato via buona parte: di tutta l’Aula ci resta solo il bordo a nord, con stupende immagini che tuttavia non paiono sufficienti a trasmettere un significato completo. Molte sono le figure monche che si perdono sotto le pietre del basamento del campanile e possiamo solo immaginare, con grande rammarico, ciò che poteva mostrare l’intero pavimento.

 

Graziella Protto

Gorizia

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Testi di riferimento:


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